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Australian Open: Caruso si prende gli applausi, Fognini il derby

AUSTRALIAN OPEN CARUSO
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AUSTRALIAN OPEN | Salvatore Caruso non lo batti solo perché sei numero 17 al mondo. Salvatore Caruso non lo batti solo perché sei più abituato ai grandi palcoscenici. Non lo batti nemmeno solo perché conosci le insidie che nasconde un quinto set, o perché un infortunio condiziona la sua gara. Serve tutto questo, serve fame, serve sudore, anche un po’ di fortuna, perché Salvatore Caruso difficilmente regala un punto, figuriamoci un match intero.

Il mix giusto l’ha beccato oggi Fabio Fognini — ispirato, concentrato, a tratti, come lui stesso ha detto, fortunato — che si è portato a casa un derby durissimo per 4-6, 6-2, 2-6, 6-3, 7-6 (12). Una battaglia di quasi quattro ore, culminata con un quinto set fatto di grandi colpi e intrattabile tensione. Caruso si ferma, dunque, al secondo round, mentre Fognini affronterà De Minaur agli ottavi.

“È molto difficile giocare un derby”, lo dice lo stesso Fognini a fine partita. Il primo set, infatti, inizia in maniera interlocutoria, e la partita resta un po’ ad aspettare che il più smaliziato dei due rompa gli indugi. Il primo passo lo fa Caruso: prendendosi il break apre le danze e, immediata conseguenza, il conteggio delle partite a favore.

Vorace, Fognini si impone senza troppi problemi nel secondo set, aprendo ad un momento di alternanza del match. Si gioca un poco per uno, senza troppe dispute. Nel terzo set, infatti, la gara torna a ribaltarsi, con Caruso che in un battito di ciglia è subito sul 4-1. Poi Fogna chiama il time-out medico per ricevere dei massaggi alle caviglie operate. Il resto del set lo gioca per farlo finire al più presto possibile, ma l’infortunio non pare nulla di grave: nella seguente partita si tornano a ribaltare le gerarchie, con Sabbo che, sbagliando qualche colpo di troppo, lascia che l’avversario prenda il sopravvento. 

Se tutto l’incontro si è giocato in quattro ore, la percezione che resta alla fine è che il quinto set ne sia durate almeno tre e mezza. Gli scambi tornano spettacolari, coraggiosi, disputati; la tensione è insopportabile per gli spettatori — la faccia di Cannova, che dà tutta l’impressione di aver interrotto la respirazione per un’oretta abbondante, ne è la prova grafica —, ma i due contendenti si esaltano nell’esasperazione della competizione. Ad ogni punto, specialmente nella seconda parte, si cammina sulla linea sottile fra vittoria e sconfitta — che poi, nello sport, è come dire vita e morte.

Al settimo game, Caruso cade per terra e zittisce la John Cain Arena con un urlo. Una distorsione. Riceve trattamenti, un’abbondante fasciatura e rientra. “Piuttosto che ritirarmi, muoio”, dice. Dopo qualche scambio corre già discretamente bene; un po’ frenato, anche psicologicamente, ma la battaglia è più viva che mai. Non ci sono break, neanche quando, sul 5-5, Sabbo deve recuperare da un 40-15. È tie-break. Anzi, super tie-break — ché tanto la partita mica era caricata di tensione già di suo.

Non si trovano conferme ufficiali, ma possiamo giurare che per questi 26 punti finali l’organizzazione abbia diffuso la colonna sonora di Profondo Rosso dagli altoparlanti, quel tanto che basta per sottolineare l’atmosfera. In uno spareggio incerto fino all’ultimo colpo, Caruso si fa recuperare un 5-1 e annulla tre match point, Fognini solo uno. Il suo grido alla realizzazione del quarto è più che meritato, anche se l’applauso più forte il pubblico lo regala, con altrettanto merito, ad un monumentale Sabbo.

Se lo meritava meno, il pubblico, il battibecco sul finale. “Qual è il problema? Non posso dirti che c’hai culo?”, dice Fognini. “Non si fa così. Da te non me l’aspetto”, lo rimprovera Caruso. Era stato uno spettacolo più gradevole la partita, ma siate comprensivi: su quel campo, si erano appena giocati la vita e la morte.


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